Pianella in Archivio.
La storia moderna di Pianella attraverso la documentazione archivistica.
7. Gli altari della chiesa del Carmine di Pianella
con particolare riguardo a quello di Santa Maria della Vittoria della famiglia de Caro
ed a quello del Crocifisso della famiglia Pardi
Diego Troiano
A seguito della riedificazione dell’antica chiesa del Carmine, avvenuta dalle fondamenta, nel decennio compreso fra il 1732 ed il 1741 del ‘700, come attestato da varie fonti: Alterisio Lizza afferma che l’edificio religioso nel 1732 “fu buttato tutto a terra per ampliarlo, così dai particolari ci furono aggiunti vari altari … Fu ridotta e perfezione la detta chiesa nel 1741”[1]; l’edificio si dotò di nuove cappelle, e di uno scenografico apparato decorativo in stucco attribuito della bottega di Carlo Piazzoli[2].
Questa ricerca quindi prende in considerazione solo gli altari esistenti nella chiesa dopo la riedificazione. In particolare si tratta dell’altare maggiore, intitolato alla Madonna delle Grazie e di 6 cappelle, tre per ogni lato (Figg. 1 e 2), oltre ad un quadro con S. Antonio da Padova, posto oggi a sinistra del coro in contrapposizione ad un affresco antico che si trova sulla destra, unico residuo quest’ultimo, della vecchia chiesa.
La tela con S. Antonio è stata probabilmente spostata in epoca recente ed adattata alla nicchia suddetta, mentre in origine ornava certamente, come vedremo, la cappella in cornu epistolae, quella della famiglia Pignatari intitolata appunto al santo di Padova.
Infine, un ultimo quadro che qui si presenta raffigurante la Madonna del Carmine era posto ad ornare l’altare dell’attiguo Oratorio del Carmine, costruito fra il 1731 ed il 1734 e sede dell’omonima confraternita.
L’aspetto della chiesa di allora coincide con quello di oggi, non ci sono state modifiche sostanziali, mentre dell’edificio primitivo seicentesco, munito anch’esso di cappelle gentilizie, ben poco si conosce[3].
La ricerca dell’esatta collocazione delle cappelle all’interno dell’edificio religioso, il relativo rinvio alle famiglie pianellesi a cui esse appartenevano e ne avevano il patronato e di conseguenza l’identificazione del soggetto della pala d’altare con il santo titolare, sono desunte principalmente dallo studio dalle relazioni delle già nominate Visite Pastorali.
Nella cronologia successiva la riedificazione della chiesa del Carmine si conservano solo 4 relazioni, con esattezza quella relativa alla Visita Pastorale del 1830,
quella senza data ma presente in una cartella con gli estremi cronologici 1855 - 1876,
quella dell’anno 1856,
e quella del 1869[4].
Tutte le tele furono rimosse dalla chiesa all’indomani del rovinoso terremoto del 2009, che rese inagibile l’edificio, purtroppo ancora chiuso fino ad oggi. Furono poste in sicurezza nei magazzini della parrocchiale di Pianella e dall’epoca non sono state più mostrate in pubblico.
Da qualche mese, invece, per volere del parroco don Marius Budau, le tele vengono, dopo tanti anni, di nuovo temporaneamente mostrate; L’esposizione si svolge in un ambiente attiguo la chiesa e la sagrestia di S. Antonio Abate a Pianella.
Le vecchie immagini che illustrano questo lavoro, la dove non diversamente indicate, sono tratte dall’archivio dell’Arcidiocesi di Pescara - Penne, ufficio arte sacra e beni culturali. Le fotografie furono scattate nell’anno 2002, quando la chiesa era ancora accessibile ed in buone condizioni e le cappelle presentavano ancora tutte le tele poste nella loro primitiva collocazione[5].
La ricostruzione degli altari, evidenziati nella mappa della chiesa (Fig. 3) è quindi la seguente:
1 - ALTARE maggiore sotto il titolo della Madonna delle Grazie (Fig. 3 n. 1 e Fig. 4).
Era di patronato dell’Università di Pianella i cui stemmi compaiono di lato il tabernacolo (Fig. 5). Non vi era una tela, ma la statua della Madonna delle Grazie. Nel 1694 la Cappella aveva come procuratore, addetto alla cura dei beni di sua proprietà, il signor Domenico Antonio de Felici di Cepagatti residente a Pianella[6].
2 - ALTARE della Madonna del Carmine, già altare di Santa Maria della Vittoria (Fig. 3 n. 2, e Figg. 6 e 7).
Posto sul lato sinistro della navata, in cornu evangeli ovvero dove si legge il vangelo, a destra dando le spalle all’altare maggiore.
La cappella, di patronato della Famiglia De Caro, era intitolata dapprima alla Beata Vergine della Vittoria, fu fondata, come attestano i documenti da poco rinvenuti, nel 1623 da Federico de Caro e dotata di beni da suo figlio Mario de Caro nel 1661.
Fu ereditata, insieme a tutti gli altri beni di famiglia, da Paolo Sansonio de Caro figlio di Domenica de Caro e Giovanni Battista Sansonio e venduta nel 1761 a Domenico Cipriani.
Dopo la ristrutturazione della chiesa Giovanni Battista Sansonio de Caro, padre del detto Paolo, contribuì con il proprio denaro a ricostruire ed abbellire interamente la cappella, cambiandone l’intitolazione, ed ordinando una nuova pala d’altare con dipinta la Beata Maria Vergine del Carmine. L’antico quadro dell’altare seicentesco, quello relativo alla Madonna della Vittoria quindi potrebbe essere identificato con quello posto oggi nell’altare della cappella accanto, sempre di patronato della famiglia Cipriani, famiglia che acquistò come detto sopra l’altra cappella 1761.
Nella Visita Pastorale del 1830 risulta di patronato di don Vincenzo Cipriani.
Questo altare è stato oggetto di un mio particolare studio, editato l’anno scorso[7], nel frattempo in archivio si è rivenuto un inedito atto notarile, che qui si pubblica, che fa piena luce sulla costituzione della cappella stessa da parte di Federico de Caro e sulle sue vicende seicentesche.
Il 14 maggio 1661, in Pianella nella sacrestia della Venerabile chiesa di Santa Maria del Monte Carmelo, sita fuori le mura, si costituiscono davanti al notaio Orazio Antonio Fiore di Pianella, Giuseppe Memmio di Chieti Regio Giudice a Contratti, l’Abate Francesco Ciarma di Alanno, il Reverendo Loreto di Loreto di Intermesoli ed il Chierico Antonio Colagrosso di Pianella;
da una parte il Reverendo Abate Don Mario de Caro e dall’altra Francesco Angelo Pignataro Priore del Convento di Pianella, Crisostomo di Pasquale di Montebello e Leonardo Pipoli di Penne, uomini della famiglia del convento.
Le parti asseriscono come anni addietro, nel 1623, il defunto Federico de Caro, padre dell’Abate Mario fondò una cappella nella chiesa dei carmelitani di Pianella intitolata alla Madonna Santissima della Vittoria. Tale fondazione ebbe riscontro attraverso un provvedimento dell’allora Padre Fra Alberto Panella Vicario Provinciale dei Carmelitani d’Abruzzo, con il consenso tanto del Priore del Convento Padre Fra Ottavio Pansa che degli altri frati: Fra Luca Cristofaro Lucchese, Fra Agostino Rosato, Fra Angelo Chiesa Pugliese, Fra Mansueto Lucchese ed altri frati.
Si stabilì di concedere al de Caro, una parte della sacrestia vecchia per poter erigere una cappella da utilizzare come sepoltura della famiglia.
Nello specifico, riportando l’atto, si concede “la facoltà di diroccare detta nostra sacrestia vecchia: rompere il muro con fare l’arco tanto verso l’altare maggiore, quale verso l’altare della Madonna Santissima del Carmine; farci la sepoltura per la sua famiglia nel sito entro essa cappella edificando, et sotto l’arco verso l’altare maggiore o sopra o davanti, ad arbitrio di esso Signore; ponerci banco per le signore di sua casa, nel modo e forma le parerà … secondo la sua pietà ed affetto verso la nostra religione, ricordando le disposizione de sacri canoni in simili erezioni; e provvederla di tutte le sacre suppellettili necessarie all’ornamento di essa cappella …
Pianella li 17 settembre 1623”.
Documento sottoscritto e munito con il solito sigillo dei carmelitani di Pianella.
Adesso nel 1661, a distanza di vari anni, con il presente atto notarile, Mario de Caro provvede a dotare di beni la suddetta cappella. Gli assegna quindi una chiusa con vigna ed ulivi ed altri alberi sita nelle pertinenze di Pianella, in contrada detta Busciana, confinate da capo con la via vicinale, da piedi e da un lato con i beni di Girolamo e Pietro Brancadoro e dall’atro lato con i beni dello stesso convento del Carmine. Si specifica che il valore del terreno è di 43 ducati, i cui frutti, ossia la rendita, serviranno ai religiosi del convento per celebrare in perpetuo, presso l’altare della cappella, una messa ogni primo sabato del mese per l’anima di suo padre Federico e dei defunti della famiglia de Caro, oltre a due messe cantate ogni anno, da celebrarsi sempre in perpetuo e nella stessa cappella, una la vigilia della festa della Purificazione e l’altra il 17 agosto nella festività della Madonna Santissima di Francavilla[8].
Esattamente un secolo dopo, estinta la famiglia de Caro e mutate le esigenze degli eredi, il giorno 22 aprile del 1761, con atto notarile di notar Daniele Buccieri stipulato presso il convento del Carmine, il Magnifico Paolo Sansonio de Caro di Pianella, erede universale del fu abate don Rocco de Caro, vende al Magnifico Domenico Cipriani la sua cappella ed altare siti all’interno della chiesa dei suddetti carmelitani.
Davanti il notaio sono presenti, oltre ai contraenti, anche i monaci che autorizzano tale passaggio di proprietà: Angelo Bastiani odierno Priore, ed i Padri Alberto Zerbini, Giovanni Maria Cristofori, Antonio Prosperi e Arcangelo Biagini.
Le suddette parti asseriscono:
“come la famiglia de Caro in questa terra anticamente ha goduto l’onnificienza (?) nella chiesa del convento d’un altare sotto il titolo della Beatissima Vergine della Vittoria e come che molti anni sono, fu riedificata dai suddetti P.P. la suddetta chiesa da fondamenta, giudicò bene il quondam Giovanni Battista Sansonio-de Caro padre del detto Paolo di rifare con permissione dei Padri a sue proprie spese la cappella in cornu evangeli del Cappellone della Beatissima Vergine del Carmine, ed aver fatto fare gli stucchi, statue, quadro, vetriata e sepoltura davanti detta cappella, come al presenta si vede”. Ed avendo fatto il conto con i Padri carmelitani, questo ascende alla spesa di 65 ducati.
Avendo adesso esso Paolo de Caro deciso di non abitare più a Pianella e portare il suo domicilio altrove, e volendo altresì esimersi dagli impegni che gli competono come ad esempio provvedere al decoro di questo altare con le necessarie suppellettili, ha deciso di disfarsi di tale bene. Con il presente atto, quindi, alla presenza dei Padri carmelitani sopra nominati, cede la suddetta cappella con altare al Magnifico Domenico Cipriani di Pianella che ne acquisisce la proprietà con l’indennizzo delle spese sostenute dal detto fu Giovanni Battista Sansonio de Caro suo padre, pari a 65 ducati.
Infine nell’atto notarile viene espressamente annotato che per l’amore e l’affetto che lo stesso Domenico Cipriani nutre nei confronti di Paolo de Caro, gli offre la possibilità di poter essere sepolto, congiuntamente con sua madre Domenica de Caro, nella suddetta cappella[9].
L’esistenza di questo altare con sepoltura dei De Caro nella chiesa del Carmine è nota anche da altri documenti seicenteschi. Ad esempio vi fu certamente sepolto, Vincenzo de Caro (padre di Rocco ultimo discendente dei de Caro a Pianella), come si evince dal suo testamento del 1683[10].
Fu appunto Rocco de Caro a lasciare tutti i beni di famiglia a Giovan Battista Sansonio della città di Venezia, residente in Abruzzo, marito di Domenica de Caro e padre del nostro Paolo Sansonio-de Caro, che vende la cappella al Cipriani.
Gli atti notarili sopra analizzati ci permettono di avere, importanti notizie e di precisare l’esatta collocazione della cappella all’interno dell’edificio religioso dopo la completa ristrutturazione della chiesa a metà ‘700.
Nel documento del 1761 si menziona chiaramente che la primitiva cappella dei de Caro era intitolata alla Madonna della Vittoria verosimilmente alla Madonna della Vittoria della ben nota battaglia di Lepanto, nonché della Vittoria del bene sulle forze del male.
Solo dopo la riedificazione dell’intera chiesa, avvenuta dalle fondamenta, come si dice nell’atto stesso, che da altre fonti sappiamo avvenuto fra il 1732 ed il 1741 del ‘700, l’edificio si dotò di nuove cappelle fra cui la nostra.
La nuova struttura religiosa quindi, con ogni evidenza, non coincide con quella antica, visto l’ampliamento dell’edificio religioso, per questo motivo possiamo affermare che, allo stato attuale degli studi, nulla si conosce del primo altare dei de Caro in questa chiesa, ne l’esatta collocazione, ne le dimensioni e tantomeno la decorazione e oltro.
A seguito della suddetta radicale riedificazione, l’allora proprietario Giovanni Battista Sansonio provvide a sue proprie spese, (così come avvenne da parte delle maggiori famiglie pianellesi per tutte le altre cappelle laterali) ad abbellire la struttura con la realizzazione di decorazioni in stucco, con ornati e statue, vetrata sul finestrone al di sopra dell’altare, e sepoltura avanti.
L’impianto decorativo in stucco della bottega di Carlo Piazzoli, segue uno schema unitario ripetuto allo stesso modo in tutte le cappelle della chiesa per cui viene facilmente da pensare che il Sansonio de Caro si associò, come tutti gli altri proprietari delle cappelle al volere di Padri Carmelitani che commissionarono con ogni evidenza le decorazioni.
Nel nostro caso, la cappella presenta le statue dei santi ai lati dell’altare che potrebbero essere identificati con il profeta Elia in abito carmelitano (quello sulla sinistra) e S. Alberto da Trapani che regge fra le mani un boccale (sulla destra).
Degno di nota è la mutata intitolazione della cappella stessa che con l’occasione assunse definitivamente il titolo di “Beatissima Vergine del Carmine”.
Lo stesso quadro d’altare, fatto realizzare dopo la riedificazione, fra la fine anni ’30 ed i primi anni ’40 del ‘700 da Giovanni Battista Sansonio, si conserva ancora oggi, con molti rimaneggiamenti novecenteschi e presenta la Madonna del Carmine fra due santi carmelitani. Restaurata nel 2006, reca nella targhetta espositiva del restauro l’attribuzione al pittore napoletano Giovan Battista Lama (1673-1748).
Sappiamo inoltre anche quanto il Sansonio spese di preciso per tutti questi lavori di abbellimento, ovvero 65 ducati, la stessa quantità di denaro che anni dopo, nel nostro atto del 1761, come viene espressamente indicato, Paolo chiede per la vendita a Domenico Cipriani.
Per quanto riguarda poi la collocazione dell’altare, certamente non ci si può sbagliare per le precisa indicazione dell’atto notarile: la cappella era posta precisamente in “cornu evangeli”: ovvero sul lato destro dando le spalle all’altare maggiore.
Lo stesso Domenico Cipriani sembra sia entrato in possesso della cappella qualche mese prima di aver redatto l’atto, infatti nel suo primo testamento del 19 gennaio dello stesso anno 1761 lascia una considerevole somma ai Padri carmelitani del convento pianellese per messe da celebrarsi nell’altare della Beatissima Vergine del Carmine[11]. In un secondo testamento del 1770, lo stesso Domenico Cipriani dichiara di voler essere sepolto proprio nella suddetta Cappella della Vergine Santissima del Carmine e lascia l’incombenza a suo nipote Giuseppe di fondare un’altra cappella sotto il titolo della Madonna della Vittoria, sempre nella chiesa del Carmine[12].
3 - ALTARE della Madonna della Vittoria (Fig. 3 n. 3, e Figg. 8 e 9).
Posto sul lato sinistro della navata. Presenta un quadro seicentesco, l’unico di tutti i dipinti presenti in chiesa di cronologia più antica e probabilmente riconducibile alla primitiva cappella seicentesca della famiglia De Caro costituita appunta nel 1623 (vedi infra).
Nel testamento di Domenico Cipriani dell’anno 1770, il testatore ordina al nipote Giuseppe di “fondare una cappellania sotto il titolo della Madonna della Vittoria, il di cui altare sta eretto nella chiesa di questi P. P. carmelitani ed è proprio del medesimo, coll’obbligo di messe 60 l’anno, cioè in detto altare si debbano celebrare messe 12, nell’altare della Vergine Santissima del Carmine messe 36 e le altre messe 12 nell’alare della Madonna delle Grazie eretta in detta chiesa …”.
Per tale scopo dispone di assegnare ai monaci del convento “un pezzo dei suoi stabili” un bene che dia una rendita tale da permettere la celebrazione delle suddette messe[13].
Probabilmente la decisione di Domenico Cipriani di fondare nel 1770, un’altra cappella di famiglia, all’interno della stessa chiesa del Carmine, con un altare già esistente e di sua proprietà, in questa data, è legato al vincolo testamentario con il quale istituisce il fidecommesso. Ossia l’obbligo del primogenito di ereditare tutti i beni di famiglia con la sola possibilità però di amministrarli e conservarli intatti e tramandarli di padre in figlio, ma solo al primo nato di sesso maschile.
In questo modo Domenico Cipriani divide la sua discendenza in due rami: lascia al nipote Giuseppe e di conseguenza al suo primogenito la cappella principale della Madonna del Carmine insieme a tutti gli altri beni di famiglia ed agli altri sui nipoti l’altra cappella ovvero quella della Madonna della Vittoria. Infatti nella Visita Pastorale del 1830, quest’ultima risulta di patronato del Signor Pasquale Cipriani, secondogenito di Giuseppe.
Molto bello, ma in pessime condizioni di conservazione è il quadro della Madonna della Vittoria che Domenico Cipriani probabilmente acquista nel 1761 dai De Caro insieme all’altra cappella quella posta in cornu evangeli.
La pala, che quindi possiamo attribuire ai primi anni ’20 del ‘600 e commissionata da Federico De Caro quando decise di edificare una cappella, di patronato della famiglia, all’interno della chiesa del Carmine; presenta nella parte superiore una Madonna con bambino contornato da angeli: 3 a sinistra e 4 a destra che suonano una tromba ed un tamburo e hanno tutti bandiere e stendardi svolazzanti con sopra dipinta una croce. Nella parte in basso è presente un angelo con la spada alzata che sta per uccide un mostro con le fauci aperte. L’angelo sorregge nella mano sinistra una grossa bandiera con la croce al centro e la scritta solo in parte visibile e riconducibile ad una preghiera abbastanza nota contro le forze del male: [Ecce crucem domini fugite partes adversae] VICIT LEO DE TRIBU IUD RA[dix David, Alleluia] che si traduce con: ecco la croce del signore! fuggite forse nemiche! Ha vinto il leone di Giuda, la radice di Davide, Alleluia, in sintesi un’invocazione alla vittoria del bene sul male.
4 - ALTARE del Santissimo Crocifisso (Fig. 3 n. 4, e Figg. 10 e 11).
Posto sul lato sinistro della navata, la cappella era nell’ ‘800 di patronato della famiglia Pardi. Nel 1830 risulta di patronato di Don Ferdinando Pardi, mentre nella visita databile fra il 1855-76 di Giovanni Pardi.
Le notizie più antiche sulla presenza dei Pardi nella città di Pianella, famiglia di cui si ricostruisce in questa sede un primo ed inedito albero genealogico (Fig. 12), si collocano intorno agli anni centrali del ‘600. In questo periodo viene documentato, precisamente nel 1648, 1656 e 1667, in atti notarili il capostipite Giulio Cesare Pardi che acquista vari beni fra cui una casa e terreni in Pianella[14]. I documenti ci indicano che Giulio Cesare, residente a Pianella in queste date, e deceduto ante 1667, proviene da un non meglio precisato paese di nome Acquaviva, forse la frazione Acquaviva nei pressi di Castelli nel teramano. Insieme a lui si nomina la moglie Zenobia di Anniballe d’Intino anch’essa di “Villa Acquaviva”.
Dalla coppia nasceranno quattro figli maschi fra cui Paolo, Andrea e Annibale Pardi che, da alcuni documenti di cronologia successiva, risultano coabitare nella stessa casa, una convivenza documentata anche per i loro figli. Mentre Girolamo risulta già nel 1667 fuori della casa paterna.
Annibale Pardi è documentato nella seconda metà del ‘600 residente a Loreto Aprutino. Marito di Antonia Bompensa e padre di tre figli maschi: Cesare, Felice, e Girolamo. Probabilmente farà rientro a Pianella in quanto i suoi tre figli risultano in età matura coabitare con i figli di Paolo nella stessa casa. Paolo fu il padre del Canonico Pietr’Antonio, noto quest’ultimo attraverso la documentazione archivistica per aver incrementato notevolmente il patrimonio di famiglia. Lascerà eredi dei suoi ingenti beni, estinguendosi con lui il ramo della famiglia di Paolo, i cugini figli di Annibale: il Reverendo Don Cesare Pardi e suo fratello Felice, il primo risulterà un acuto imprenditore, proseguendo l’opera del Canonico Pietr’Antonio, ad arricchire la famiglia Pardi; mentre il secondo Felice continuerà la discendenza[15].
Notizie certe sull’abitazione della famiglia Pardi si hanno dall’anno 1737, quando i fratelli Reverendo Don Cesare e Felice Pardi acquistarono dai fratelli Todesco, Mattia ed il Barone Alessandro, al prezzo di 500 ducati, una casa palaziata in costruzione ereditata dal loro comune genitore, sito posteriormente al loro palazzo posto nell’attuale via Umberto I. Nello specifico si tratta di: “un principio di palazzo o sia casa palaziata isolata colle sue muraglie all’intorno fino al totale compimento, e piano delle lamie e d’una stanza lunga poi di detta fabbrica ad uso di cantina solamente coperta con lamia parimenti e colle muraglie e suo tetto. Sito e posto dentro di detta terra nel rione di S. Domenico e propriamente il palazzo di loro abitazione”[16].
I lavori edilizi per questo immobile, definito “principio di palazzo o sia casa palaziata”, furono poi portato a temine da Cesare e Felice Pardi, diventando la loro apprezzabile residenza, nota all’interno del tessuto urbano del paese e simbolo dell’accresciuta posizione sociale della famiglia che a questo punto poteva permettersi di abitare in un palazzo.
L’edificio posto in via del Torrione o via Meridionale (la circonvallazione per intenderci), all’incrocio con l’attuale scesa di via Isonzo, ebbe comunque scarsa fortuna e non è arrivato fino ai nostri giorni. Negli anni ’60 del ‘900 a seguito di lesioni dovute alla frana che interessò tutta via Meridionale, il palazzo fu abbandonato dalla famiglia, che già comunque da svariati anni risiedeva fuori Pianella, e dopo varie vicissitudini, risultando fatiscente, fu abbattuto. Al suo posto oggi in parte vi è un piccolo parcheggio.
Poco dopo la sistemazione della casa palaziata, il Reverendo Don Cesare Pardi doterà le due cappelle di famiglia: nel 1745 quella di San Giuseppe nella chiesa Collegiata di S. Antonio Abate e nel 1746 la cappella del Crocifisso nella chiesa del Carmine.
Ai lati della cappella del Crocifisso al Carmine, sotto le figure di santi, sono presenti due emblemi araldici, speculari, realizzati in stucco a bassorilievo. Nello scudo è presente il cosiddetto stemma parlante ovvero un leopardo sopra una banda orizzontale con sotto i classici tre monti all’italiana e sopra tre stelle di cui quella centrale a otto e le laterali a sette punte (Fig. 13)[17].
Sull’erezione di questa cappella dopo il radicale riassetto dell’intera chiesa e la realizzazione dell’intero apparato in stucco, uniforme per tutto l’edificio religioso, si conosce un atto notarile, con il quale il Reverendo don Cesare Pardi provvide a dotarla di beni.
Il 9 luglio 1746 nel convento di Santa Maria dell’ordine del carmelitani, sito fuori le mura di Pianella, si costituiscono davanti al notaio, giudice a contratti e testimoni da una parte il Reverendo Don Cesare Pardi e dall’altra Alberto Carlini attuale Priore del convento ed i Padri Fra Bartolomeo Piccinino e Fra Angelo Giannini.
Le parti “spontaneamente hanno asserito come avendo il detto Reverendo Don Cesare Pardi fatta costruire a sue proprie spese nella chiesa di detto Venerabile convento del Carmine la cappella ed altare sotto il titolo del Santissimo Crocifisso, colla sepoltura avanti d’essa, e sua vitriata [finestra posta sopra], avendola altresì provveduta di tutti i suppellettili sacri ed ornamenti necessari nell’altare; ha deliberato esso Reverendo Don Cesare per sua mera liberalità d’animo e per sua devozione e perché così gli è piaciuto e piace di dotare la suddetta cappella ed altare …” di una somma in denaro abbastanza consistente.
Pardi cede quindi, a tale scopo, ai Padri carmelitani due censi, il primo di 200 ducati di capitale con una rendita di 12 ducati l’anno a ragione del sei per cento, che ha contro la vedova Domenica Fusaroli e Pietr’Antonio Vernisi suo figlio di Collecorvino; ed il secondo censo di 20 ducati contro Remigio de Angelis di Collecorvino, con rendita annuale di 16 carlini a ragione dell’otto per cento.
In cambio di tale dotazione alla Cappella e donazione dei due censi ai monaci, questi ultimi si obbligano, in perpetuo, a celebrare una serie di messe nel detto altare, in suffragio dell’anima di esso Cesare dopo la sua morte e dei defunti della famiglia Pardi. Si stabilisce nello specifico di celebrare una messa la settimana e due messe cantate ogni anno, una il giorno del 3 maggio festività dell’Invenzione (ritrovamento) di Santa Croce e l’altra il 14 settembre festività dell’ Esaltazione della Santa Croce.
Inoltre i monaci si obbligano a mantenere dignitosamente, a spese del convento, il suddetto altare fornendo le tovaglie, i candelieri, fiori, carte di gloria e qualsiasi altro necessario al decoro della suddetta cappella.
Si stabilisce infine che dopo l’estinzione dei suddetti censi e commutati il ricavato in denaro, si debba investire tale somma in acquisto di beni stabili fruttiferi che rimarranno a beneficio perpetuo del monastero, che con il ricavato si impegna a celebrare le suddette messe di suffragio[18].
Pochi mesi prima, nell’ottobre del 1745, lo stesso Reverendo Don Cesare e suo fratello avevano provveduto alla dotazione dell’altra cappella di famiglia, quella intitolata a San Giuseppe posta all’interno della Collegiata di Sant’Antonio Abate.
L’atto notarile fu stipulato in Pianella, nella casa dei Pardi, alla presenza del notaio, giudice a contratti e dei seguenti testimoni: Barone Zopito de Felici, Arcangelo Bevilacqua di Pianella. Giovanni Battista Magnanimi di Loreto, Francesco Pomponio e Silvestro Cantagalli ambedue di Penne.
Si costituiscono i fratelli Reverendo Don Cesare e Felice Pardi in qualità di eredi universali del fu Canonico Don Pietr’Antonio Pardi, loro cugino, i quali “hanno asserito d’aver costruito a loro proprie spese dentro l’Insigne Collegiata di S. Antonio Abate di questa terra di Pianella, una cappella ed altare sotto il titolo di San Giuseppe, ed averla provveduta di tutti i suppellettili e ornamenti necessari …”.
Adesso per loro devozione e per adempiere la disposizione e volontà del defunto detto Canonico loro cugino, fondano nel suddetto altare e Cappella di San Giuseppe un Beneficio Semplice, di patronato della loro famiglia “col peso del Rettore Beneficiato o Cappellano”, alla cui nomina è da privilegiare sempre un componente della loro famiglia, di celebrare o far celebrare in perpetuo nel suddetto altare due messe la settimana, oltre ad una messa cantata nella festività di San Giuseppe. Oltre a mantenere il decoro della suddetta cappella ed altare con le necessarie suppellettili sacre e ornamenti. Viene nominato per la prima collazione, come rettore del Beneficio lo stesso sacerdote don Cesare Pardi.
Infine a “contemplazione della suddetta fondazione e per la dote di dette messe da celebrarsi” i fratelli Pardi donano al detto “beneficio e cappellania e suoi futuri rettori pro tempore” vari beni:
Un terreno di 18 tomoli con 101 alberi di ulivo e 60 querce fra grandi e piccole, sito in Pianella in contrada di Fonte Cupola, dal valore di ducati 102 e grana 75. Un terreno con ulivi e altri frutti, posto in contrada Fonte della Noce. Della capacità di coppe 2 e stoppelli. Un altro terreno con ulivi, vigna e gelsi e altri frutti, posto in Catignano in contrada di San Sebastiano do capacità coppe 15. Ed infine un altro terreno con ulivi, vigna e alberi fruttiferi sito in Alanno in contrada della Fonte di Nuccio della capacità di 4 tomoli[19].
5 - ALTARE di S. Antonio da Padova (Fig. 3 n. 5, e Figg. 14 e 15).
Posto in cornu epistolae, ovvero dove si leggono le epistole degli apostoli, a sinistra dando le spalle all’altare maggiore; nella visita databile fra il 1855-76 risulta di patronato della famiglia Pignatari. Mentre nel 1869 era mantenuto dalla pietà e devozione di Antonio Liberati. Due stemmi borghesi in stucco, parlanti, riconducibili alla famiglia Pignatari sono presenti in maniera speculare ai lati dell’altare sotto le due figure di santi (Fig. 16). Si tratta di uno stemma parlante con due pignate in terracotta con dentro due rami fioriti che si intrecciano, sormontati da tre stelle di cui quella centrale a otto e le laterali a sette punte.
Il quadro originario di questa cappella dovrebbe essere, vista l’intitolazione dell’altare, quello oggi rimpicciolito, riadattato e posto sul lato sinistro del coro con S. Antonio da Padova.
Quello invece oggi presente nell’altare dovrebbe essere il quadro pertinente alla cappella dei Martirani, oggi mancante della pala e sostituito con un’immagine moderna, non pertinente e che mal si adatta all’unitarietà stilistica della chiesa (vedi infra). In epoca recente quindi si suppone che, visto il venir meno dei patronati nelle cappelle e l’estinzione delle famiglie che godevano di tale diritto e viste le cattive condizione del quadro con S. Antonio, si è preferito tagliare e rimpicciolire il quadro dell’altare dei Pignatari, adattarlo e metterlo nel coro ed al suo posto spostarci il quadro della prima cappella, quella dedicata a San Pasquale Bailonne della famiglia Martirani.
Per completezza di ragionamento e d’informazione di aggiunge comunque che il quadro con San Pasquale Bailonne è più grande di quello previsto per il primo altare, quello dei Martirani mentre invece per le dimensioni che ha e per la grandezza della cappella, ben si adatta all’altare dove è posto; essendo altresì speculare per grandezza e forma a quello della Madonna del Carmine dei Cipriani posto esattamente di fronte.
Naturalmente, per la stessa chiarezza informativa, appare evidente, dando per scontato che lo stemma con le due pignate sia da ricondurre alla famiglia Pignatari e non alla famiglia Martirani, ci troviamo di fronte ad un errore. Se lo stemma con le pignate fosse invece dei Martirani, in questo caso, sarebbero semplicemente da invertire le due cappelle quella in cornu evangeli con San Pasquale Bailonne, così come appare oggi, sarebbe dei Martirani mentre quella intitolata a S. Antonio da Padova dei Pignatari, sarebbe la terza cappella ovvero la prima a destra entrando dal portone della chiesa.
La famiglia Pignatari, di cui dev’essere ricostruita la genealogia, è documentata a Pianella fin dagli anni ’20 del ‘600 con un tal Antonio che ha in affitto una bottega del convento di San Domenico. Giuseppe Pignataro dota nel 1628 la figlia Camilla sposata con Giovanni Antonio Verrotti[20]
6 - ALTARE di Santa Teresa di Gesù o d’Avila e di Santa Maria Maddalena de’ Pazzi (Fig. 3 n. 6, e Figg. 17 e 18).
Posto sul lato destro della navata. Si ignora il patronato dell’altare anche se fa bella mostra di se un grosso stemma in stucco in alto al centro dell’arco della cappella (Fig. 19).
Probabilmente la famiglia che poteva permettersi il patronato dell’altare, era ben in vista negli anni ’30 del ‘700 nella società pianellese, ovvero quando fu completamente riedificata la chiesa ed abbellita con le decorazioni in stucco. Solo successivamente potrebbe essersi estinta in città, tanto che nelle Visite Pastorali della prima metà dell’ ‘800 se ne era perso il ricordo; non venendo mai menzionato il riferimento alla famiglia proprietaria dell’altare contrariamente a tutte le altre cappelle dell’edificio religioso.
È l’unico altare della chiesa intitolata a due religiose carmelitane: Santa Teresa di Gesù o d’Avila, prima donna dottore della chiesa, fu la fondatrice dell’ordine carmelitano “delle scalze” o “degli scalzi”; e Santa Maria Maddalena de’ Pazzi.
Oltre dieci anni dopo la fine dei lavori di abbellimento in stucco della chiesa, in un atto notarile del 1751 (vedi infra) in questa cappella di S. Teresa e S. Maria Maddalena de’ Pazzi, insieme a quella dell’altare della Madonna del Carmine, i Padri carmelitani decidono di celebrare 30 messe l’anno in suffragio di Don Nicola de Felici. Tali funzioni sono da mettere in relazione ad un ingente lascito in denaro al monastero, pari a 100 ducati, da parte del di Felice.
Con l’occasione il Barone di Rosciano, Zopito de Felici, fratello di Don Nicola, ottiene anche un banco nella chiesa per la propria famiglia e l’uso di una stanzetta ovvero “camerino”, posta sotto il balconcino detto “corino” sito fra la cappella del Carmine e quella precedente della Madonna della Vittoria, ovvero fra le cappelle in Fig. 3 nn. 2 e 3.
Non si comprende comunque per quale morivo i frati carmelitani decidono di celebrare le messe in due altari non di proprietà della famiglia de Felici. Questo di Santa Teresa e di Santa Maria Maddalena de’ Pazzi risulta avere il patronato di una famiglia precisa, come appare evidente dallo stemma in stucco che campeggia sopra la cappella. Stemma ancora da identificare, ma certamente non appartenente a famiglie, neanche imparentate con quella dei de Felici.
A questo punto potrebbe risultare verosimile l’ipotesi, qui proposta, che il patronato della cappella in oggetto potrebbe appartenere ad una famiglia pianellese senza discendenti, che l’avrebbero potuta rivendicarla come propria, già a pochi decenni dalla sua costruzione.
7 - ALTARE San Pasquale Bailonne (Fig. 3 n. 7 e Fig. 20 e per il quadro Fig. 15).
Posto sul lato destro della navata, nel 1830 risulta di patronato di Don Giuseppe Martirani mentre nella visita databile fra il 1855-76 il patronato era di Donna Costanza Martirani ultima discendente della famiglia a Pianella. Nella visita parrocchiale dell’anno 1869 la cappella è indicata sotto il titolo di Maria Santissima della Concezione, non conoscendosene le motivazione della nuova intitolazione. Attualmente l’altare, è privo della sua pala originaria, ed è stata rimpiazzata con una brutta tela contemporanea che mal si adatta all’unitarietà stilistica dell’intero edificio.
Il quadro pertinente al nostro altare molto probabilmente è quello oggi posto nella cappella di Sant’Antonio da Padova della famiglia Pignatari (vedi infra). La tela della cappella di San Pasquale Bailonne fu restaurata nel 2006 e riporta nella descrizione che ne fa la targhetta apposta dopo il restauro “firmata sul retro Francesco Salvatori di Penne e datata 1742”[21].
Per completezza di ragionamento e quindi di informazione, questi dati inerenti la collocazione della cappella sarebbero corretti se diamo per scontato che gli stemmi con le due pignate posti di lato l’altare in cornu epistole sia della famiglia Pignatari. Se diversamente invece dovesse risultare che si tratta degli stemmi della famiglia Martirani si dovrebbe invertire la ricostruzione che se ne fa.
La famiglia Martorano poi Martirani, si veda la ricostruzione dell’inedito albero genealogico (Fig. 21), risulta presente a Pianella fin dagli ultimi anni del ‘600, quando un tal Bartolomeo, detto Bartolo di Cotrone (oggi Crotone) in Calabria, residente a Pianella sposa il 3 ottobre 1700 la Signora Costanza Sabucchi figlia di Andrea e sorella del Dottor Stanislao e Giuseppe Sabucchi. Menzionato negli atti successivi con la qualifica di dottore (Dottor Fisico) Bartolo dal matrimonio con la pianellese Sabucchi ebbe 5 figli fra cui il Canonico Don Saverio e il Dottor Fisico Tommaso Antonio.
Quest’ultimo attraverso il matrimonio con Francesca Donati ricca ereditiera di San Valentino, continuerà la discendenza a Pianella con Vincenzo Maria, Michelangelo, Francesco Pasquale o solo Pasquale, che sposerà Rosa Frangipane, comparendo in alcuni documenti con il titolo di Barone, Giuseppe che sarà anche Sindaco di Pianella ed infine Silvestro (1761ca-1816) che attraverso il matrimonio con Francesca Rinaldi concepirà Costanza Martirani, nata nel 1815. Con lei, che sposerà nel 1837 Gaetano Palazzone di Manoppello si estingue la famiglia Martirani a Pianella.
I figli Palazzone Eusanio, Ferdinando, Luigi e Ignazio, tutti nati a Pianella, ma residenti e deceduti a Manoppello alieneranno nel secondo ‘800, il palazzo così come tutti gli altri beni dei Martirani a Pianella.
Per concludere ed ulteriormente accrescere queste notizie sui Martirani mi preme segnalare l’inedita individuazione (resa possibile per aver approfondito la ricerca sulla famiglia per questo articolo), della loro abitazione.
Ebbene il palazzo Martirani si individua con l’attuale cosiddetto Palazzo della Cultura in via Monsignor Vincenzo d’Addario, già Strada di San Leonardo, oggi di proprietà comunale e sede oltre che della Biblioteca anche del Museo dell’Artigianato Ceramico Abruzzese di Pianella.
L’identificazione è avvenuta attraverso alcuni atti notarili della metà degli anni ’30 del ‘700. La moglie del Dottor Tommaso Antonio Martirani è come detto sopra Francesca Donati figlia del Dottor Fisico Rocco Donati che a metà degli anni ’30 del ‘700 risulta ricoprire l’importante carica di Erario della “Serenissima Real Casa di Parma” o altrimenti detto “Erario di Sua Maestà” in Pianella. Lo stesso Donati, in rappresentanza della Real Camera si reca nel 1736 presso l’abitazione di Tommaso Martirani per redigere alcuni atti. In tali occasioni il notaio annota che la casa dei Martirani è posta nel rione di San Leonardo e nello specifico iuxta, ovvero nei pressi, della stessa chiesa parrocchiale di San Leonardo[22].
Successivamente, nel Catasto Onciario di Pianella del 1746 troviamo coabitare nel nucleo familiare del Magnifico Don Tommaso Antonio Martirani oltre la moglie ed i figli anche i suoceri don Rocco Donati dottor fisico Anna Vittoria Ricciardelli[23].
Da ricerche di cronologia successiva si apprende che nel Catasto Fabbricati nell’impianto dell’anno 1877. la signora Costanza Martirani possiede due case alla Strada di San Leonardo, la prima al civico n. 11 di 2 piani, 11 vani e la seconda al civico 13 di 2 piani 5 vani. Questi beni passarono successivamente ai figli, in particolar modo Ferdinando e Luigi Palazzone che vendettero successivamente ai Melchiorre, famiglia a cui storicamente è ricondotto il Palazzo della Cultura.
8 - NICCHIA con S. Antonio da Padova (Fig. 3 n. 8, e Fig. 22).
Posta nel coro della chiesa a sinistra e in maniera speculare ad un antico affresco con la Madonna posto a destra, unico elemento superstite, quest’ultimo, della primitiva chiesa del Carmine, la tela con S. Antonio presenta oggi dimensioni ridotte e risulta riadattata rispetto alle dimensioni originarie, alla grandezza della nicchia in oggetto.
Potrebbe trattarsi della tela posta in origine nella cappella Pignatari intitolata appunto a Sant’Antonio da Padova, successivamente danneggiata e riadattata in uno spazio diverso più piccolo. Per questa seconda ipotesi si potrebbe pensare che la tela attualmente presente nella cappella Pignatari fosse quella mancante con San Pasquale Bailonne posta in origine nella cappella dei Martirani. Insomma ci troviamo di fronte ad una serie di trasformazioni recenti degli antichi ornamenti della chiesa. Trasformazioni attuate soprattutto dopo la perdita dei patronati delle cappelle dovuta sia al decadere nel ‘900 di tale istituto giuridico, sia per la per scomparsa in paese delle famiglie titolari di questi benefici ecclesiastici.
Si consideri in ultimo l’ipotesi più volte segnalata sopra, inerente la possibilità che l’altare dei Pignatari intitolato a S. Antonio da Padova possa essere identificato con la prima cappella sulla destra entrando in chiesa, per intenderci quella attualmente mancante della pala e sostituito con un quadro di gusto e di cronologia moderno. In questo caso lo stemma con le due pignate in stucco presente nella cappella in cornu epistole dovrebbe essere identificato come lo stemma della famiglia Martirani e nn come quello dei Pignatari.
9 - ALTARE della Madonna del Carmine nell’omonimo Oratorio (Fig. 3 n. 9, e Fig. 23).
All’interno della chiesa vi ha sede, quantomeno dal ‘600 la confraternita di Maria Santissima del Carmine, che nel 1869, come risulta dalla Visita Pastorale di quell’anno, mantiene tutti gli altari della chiesa sopra descritti.
L’oratorio, è la sede della suddetta confraternita, costruzione posta di fianco la chiesa, sul lato sinistro. Al suo interno, ci si accede attraverso una porta sul dato sinistro della chiesa, vi è l’altare intitolato alla Madonna del Carmine, con un quadro che è stato oggetto di restaurato nel 2006 e che reca come viene indicato nella targhetta del restauro la firma del pittore napoletano Giovan Battista Lama (1673-1748), stesso autore della tela presente nella stessa chiesa, nell’altare della famiglia Cipriani (vedi supra). Sempre nella targhetta vengono indicati i due santi ai lati della Madonna del Carmine identificati come San Simone Stok e S. Angelo di Licata.
Notizie più precise sull’oratorio del Carmine sono state recentemente individuate da chi scrive in un inedito atto notarile del 1734. Anno che rientra nel periodo nel quale l’intero edificio religioso fu sottoposto ad una radicale trasformazione edilizia (1732 - 1741).
Il documento riguarda i rapporti da tenersi fra i Padri carmelitani del convento e gli amministratori dell’omonima confraternita operante all’interno della stessa chiesa.
Questi accordi vennero redatti nel dicembre del 1731, con l’occasione si decise l’erezione entro 3 anni, da parte ed a spese dei confratelli della grossa cappella o oratorio delle Grazie, annessa alla chiesa; accordi confermati tre anni dopo, nel 1734, probabilmente alla fine dei lavori di costruzione[24].
Il 30 settembre del 1734, nel convento dei carmelitani, davanti al notaio, giudice a contratti e testimoni si costituiscono da una parte il Dott. Tommaso Antonio Martorani, Giacinto Labieni e Domenico Cipriani in rappresentanza della congrega o confraternita del Carmine; dall’altra parte il Priore del convento Bartolomeo Piccinini ed i seguenti Padri: Fra Giovanni Carlo Barsanti, Fra Giovanni Maria Cristofari e Fra Giuseppe Manieri oltre all’attuale Provinciale Fra Girolamo Pasquini.
I confratelli della congrega asseriscono come per la salvezza della loro anima “e per eccitare maggiormente la devozione verso la Beatissima Vergine del Carmine in questa terra, hanno risoluto d’erigere e fondare non solo la congregazione della Beatissima Vergine nella chiesa di detto Venerabile Convento, ove anticamente vi era fondata la confraternita, ma anche il Monte[25] a beneficio dei fratelli e sorelle defunti di detta Venerabile Congregazione … Quindi avendone avuto trattato e convenzione con li suddetti Padri, di comune reciproco consenso delle suddette parti si sono formati li suddetti capi, patti e convenzioni … acciò ognuno … sappia il suo iusso e gli interessi …”.
I capi o convenzioni che in questa occasione vengono riconfermati furono firmati tre anni prima e precisamente il 6 dicembre 1731, approvati anche dal padre provinciale di quel tempo Alessandro Marozzi. Il documento viene inserito in appendice al presente atto.
I medesimi accordi vennero, dopo qualche giorno, di comune consenso, accettati dalle parti, con un documento del 9 aprile 1731, anch’esso inserito in appendice al presente atto.
Volendo a questo punto, sia i confratelli che i Padri del convento cautelarsi, sottoscrivono definitivamente gli accordi presi tre anni prima, anche davanti al notaio, giudice a contratti e testimoni, e si obbligano di eseguirli ed osservarne il contenuto.
Convenzione del 6 dicembre 1731.
“Capitoli e patti stabiliti tra li Reverendi Padri del convento del Carmine della terra di Pianella cogl’Ufficiali ed altri fratelli della Congregazione sotto il titolo e protezione della Beata Vergine del Carmine posta nella chiesa del suddetto convento del Carmine”.
Il Padre Maestro Priore e gli altri Padri del convento con gli Ufficiali della confraternita “si sono convenuti ed hanno formato li qui sotto patti, capitoli di convenzione fra loro stabiliti affine che in avvenire non vi possono essere discordie e dissezioni fra loro …”.
Seguono gli accordi suddivisi in 14 punti tematici, alcuni dei quali appaiono estremamente interessanti in quanto si riferiscono all’edificazione della cappella o oratorio delle Grazie, annessa alla chiesa e all’istituzione del Monte dei Morti.
Primo:
si stabilisce che l’oratorio dev’essere all’interno del convento e della chiese.
Secondo:
Non avendo i fratelli della confraternita un luogo ove potersi “congregare e recitare l’ufficio”, e non avendo anche l’opportunità di fabbricarsela, i monaci assegnano “ai medesimi, entro il termine di tre anni [tempo necessario] per fabbricarla e rendere l’oratorio fatto e capace a detti divini uffici. E fra tanto a loro è lecito e permesso di farli dentro il coro della suddetta chiesa, dietro l’altare maggiore”, senza però creare reciprocamente ostacolo alle rispettive attività dei monaci e dei confratelli.
Terzo:
Il terzo punto è particolarmente interessante in quando ci documenta in maniera inequivocabile che l’Oratorio venne costruito fra il 1731 ed il 1734, a spese della confraternita, accorpando una stanza già in uso da questi ultimi con una tettoia ad uso dei monaci adibita a stalla e pagliaio.
“Come che la Venerabile confraternita della Beata Vergine del Carmine, eretta nella suddetta chiesa, possiede dentro la medesima una stanza della quale si sono sempre serviti i confratelli per la conservazione tanto della statua[26], quanto de’ suppellettili, ed altre robbe della suddetta confraternita. Hanno i fratelli della congregazione determinato di ridurla ad oratorio, ed ivi stabilire la congregazione, dire gl’ufficii divini e fare tutte le loro devozioni; ma perché la suddetta stanza non è capace nel sito alla quantità de’ fratelli, perciò dovendosi ingrandire debbono i Reverendi Padri del suddetto convento concedere, ai menzionati fratelli, alcun tanto di sito che di dietro a detta stanza si trova fabbricata, a semplice tetto; e proprio ove di presente i detti Reverendi Padri tengono la stalla e pagliara. Con patto e condizione però che i suddetti fratelli debbano fra lo spazio di tre anni ridurre ad oratorio, comprendendo tanto la suddetta stanza quanto l’altro sito concesso come sopra dai suddetti Reverendi Padri, e fabbricarci e stabilirci anche l’altare, per potere di esso celebrarsi le messe; e perché sopra di detto sito e pure per meglio dire confinante a quello alla parte di sopra presentemente vi stanno situati i luoghi comuni per servizio de’ religiosi, siano perciò tenuti ed obbligati i suddetti fratelli di stabilirglili a giudizio de periti sopra la nuova fabbrica”.
Quarto:
Viene stabilito che il Padre Maestro Priore del convento assume anche la carica di Padre Sacerdote e Direttore della confraternita. Tale incarico può essere però ceduto dal Priore ad una persona di sua fiducia sempre comunque un Padre sacerdote della stessa religione. I suoi incarichi sono oltre a celebrare la messa nell’altare dell’oratorio per i confratelli della congrega, anche quello di rappresentare il “Padre spirituale” e confessore sempre i confratelli; oltre che trattare tutti gli interessi sia dei beni della congrega che del Monte, in seguito descritto.
Quinto:
Si stabilisce che i confratelli devono annualmente corrispondere al convento 12 ducati; di cui 8 per la celebrazione delle messe dentro l’oratorio, carlini 35 per l’assistenza del Padre Priore e carlini 5 per la concessione fatta del “sito fabbricato a tetto” sopra il quale verrà eretto l’oratorio.
Sesto:
viene deciso che ogni anno, e precisamente la domenica successiva la festività della Madonna del Carmine, si debba eleggere la carica di responsabile della confraternita. A tele proposito dovranno intervenire il Padre Priore ed il Padre Spirituale del convento, ognuno con tre preferenze. Il Prefetto della confraternita può esprimere due preferenze, mentre tutti gli altri confratelli possono esprimere una sola preferenza. Si decide che sempre lo stesso giorno si debba eleggere un Procuratore per curare gli interessi economici della confraternita come ad esempio l’amministrazione dei suoi beni e delle elemosine offerte.
Settimo:
I Padri carmelitani si impegnano, come da “immemorabile consuetudine”, di celebrare ogni quarta domenica del mese, la messa cantata nell’altare della Vergine del Carmine. Inoltre si impegnano, “nella festività di detta Beatissima Vergine del Carmine, di cantare la messa parata nella chiesa di detto convento e fare anche la processione, fuori della chiesa secondo il solito, con cantare anche le litanie della Beata Vergine nel detto altare, restando parimenti a beneficio della cappella e confraternita l’elemosina che si farà in ogni mattina di detta quarta domenica nella detta chiesa; nel quale giorno non possono i Reverendi Padri questuare in detta chiesa, e nemmeno in qualunque giorno o festività possono i Reverendi Padri fare la questua dentro l’oratorio della detta congregazione …”.
Ottavo:
Si stabilisce che i Reverendi Padri, “secondo l’antico solito” sono tenuti di ricevere nel convento, il padre predicatore che verrà a fare i suoi discorsi o “panegirici”, dargli da mangiare e trattarlo convenientemente, “a spese del convento, purché sia carmelitano”. Inoltre si stabilisce che le elemosine raccolte nel giorno della festa della Madonna del Carmine, tanto dentro che fuori la chiesa, siano appannaggio esclusivo della confraternita.
Nono:
I Padri sono “tenuti e obbligati di concedere per uso dell’oratorio della detta congregazione, gratis tutti i suppellettili necessari alla celebrazione delle messe”, così come “di dare ai fratelli e concedere gratis l’uso delle campane, si per la festività” della Madonna del Carmine, “come anche per chiamare i fratelli alla congregazione”.
Decimo:
Ogni anno, a termine dell’amministrazione, tanto i rappresentanti della confraternita quanto i Governatori del monastero, devono “rendere il conto della loro amministrazione” in mano al Padre Priore del convento e in mano ai due rappresentati eletti dalla confraternita.
Undicesimo:
in questa sezione si inserisce specificatamente il riferimento alla nuova costituzione del “Monte dei morti”, posto sempre all’interno della confraternita. Tale Monte si costituisce a beneficio dei confratelli e consorelle della congregazione. Si stabilisce che nella giornata di domenica che segue la festività della Vergine del Carmine, con l’assistenza del Padre Priore e Padre spirituale del convento ed il direttore della confraternita, di devono eleggere, fra tutti i confratelli, due Governatori del suddetto Monte; “i quali abbiano cura particolare di ricevere e notare ne’ libri, che a tal effetto si formeranno, le mensuali corresponsioni che si faranno da fratelli e sorelle a beneficio del Monte, con conservarle puntualmente dentro d’una cassa unitamente, e fatte le rendite del Monte, vi dovranno essere tre chiavi le quali dovranno tenere una dal Prefetto della congregazione e l’altre due dai suddetti Governatori, una per ciascuno …”. Si specifica ancora che nei contratti dovranno intervenire solo i suddetti due Governatori, i quali agiranno in some e parte del suddetto Monte.
Dodicesimo:
Le esequie che si faranno a beneficio dei fratelli e sorelle, devono svolgersi con il denaro del Monte, mentre le funzioni religiose dovranno essere celebrate dai Padri Carmelitani che dimorano nel convento, in cambio della solita elemosina. Allo stesso modo le funzioni da svolgersi in suffragio dell’anima dei defunti devono essere celebrate dai Padri del convento.
Si permette che la confraternita e Monte possa ricevere “legati pii con obbligo di messe”, ed anche in questo caso si dispone che le messe devono essere celebrate dai Padri del convento e non da altri sacerdoti, in cambio della solita elemosina.
Tredicesimo:
Si concorda che ogni mercoledì e sabato, i Padri del convento devono “secondo il solito” cantare la sera le litanie della Beatissima Vergine, sull’altare della Madonna del Carmine, fornendo anche la cera “bisognevole a detta funzione”.
Quattordicesimo:
I Padri del convento si obbligano di celebrare o “recitare l’ufficio de’ defunti” ogni quarta domenica del mese, così come in occasione della morte di qualche confratello della congrega.
Seguono le firme di Fra Giovanni Paolo Barsanti Priore del convento, Fra Bartolomeo Piccinini, Fra Giuseppe Maneri e Fra Giuseppe Maria Piusitti (?).
Assegnazione di un banco, e di un camerino a Zopito de Felici, Barone di Rosciano.
Alla fine di questo lavoro mi preme sottolineare un altro aspetto emerso dalla ricerca archivistica, ovvero come dopo la ristrutturazione dell’edificio religioso, avvenuto come più volte detto sopra fra il 1732 e 1741, oltre le cappelle e gli altari e la frequentazione dell’attiguo oratorio del Carmine da parte dell’omonima Confraternita, vi furono anche altri luoghi della chiesa concessi a famiglie notabili del paese.
In genere queste assegnazioni avvenivano a seguito di consistenti lasciti testamentari che i Padri carmelitani spesso ricevevano; ricordo per completezza di informazione che a Pianella era possibile seppellire i defunti oltre che nella Collegiata di S. Antonio anche e solo nella chiesa dei domenicani e appunto in questa dei carmelitani e non nelle due parrocchie.
Nel novembre del 1751 attraverso un atto notarile apprendiamo che a seguito di un legato fu concesso alla famiglia di Zopito de Felici, Barone di Rosciano, un banco ed un camerino, posto sotto il balconcino detto “corino”, esattamente quello posto fra le due cappelle quella della Madonna del Carmine e quella della Madonna della Vittoria (Fig. 1), vedi anche nella mappa Fig. 3, la zona compresa fra le cappelle nn. 2 e 3.
Il 2 novembre il Priore Fra Bartolomeo Piccinini congregato con i confratelli Fra Alberto Zerbini, Fra Girolamo Maria Banducci, Fra Angelo Tomasi e Fra Angelo Bastiani assegnano:
“il luogo dell’intercolonna col cammerino situato fra la cappella della Vergine Santissima del Carmine e quella della famiglia de Caro[27], e cioè quello proprio sotto il corino in cornu evangeli, per commodo delle signore donne di sua famiglia e de suoi eredi in perpetuo, colla piena facoltà di porre in detto luogo sedie, l’arme della sua casa, la porta ed ogni altro decente comodo come simmetria ed ornamento della medesima chiesa, e ciò per li benefici ricevuti …” tanto dal detto Barone Zopito de Felici, dalla Baronessa Madre (che era Anna Maria Brancadoro di Pianella), dalla baronessa consorte (che era Ippolita Micheletti della città di L’Aquila) e del defunto suo fratello Don Nicola.
Si fa inoltre esplicito riferimento al lascito del fu don Nicola, pari a 100 ducati, probabilmente un censo in quanto di annota la rendita di 6 ducati annui da utilizzare per celebrare, in perpetuo, 30 messe l’anno in suffragio della famiglia del Barone.
Si stabilisce infine che le dette 30 messe l’anno devono essere celebrate nel seguente modo:
“due messe in ogni quarta domenica di ciascun mese nell’altare privilegiato[28] della Madonna Santissima del Carmine e l’altre messe sei nell’altare di Santa Teresa cioè tre nel giorno festivo di detta santa e altre tre nel giorno festivo di Santa Maria Maddalena de’ Pazzis…”[29].
Si noti come le messe in quest’ultimo altare richiamano esplicitamente l’intitolazione della cappella a cui fa riferimento la tela dell’altare con le immagini delle due sante carmelitane Santa Teresa d’Avila e Santa Maria Maddalena de Pazzi.
Appare comunque inspiegabile come le messe da dirsi in perpetuo, di casa de Felici, forse la famiglia più in vista in questo periodo a Pianella vengono celebrate nella chiesa del Carmine in una cappella non di loro proprietà, anzi di proprietà di un’altra famiglia, ancora da identificare, il cui grosso stemma in stucco fa bella mostra di se in alto al centro dell’arco dell’altare. A dire il vero l’unica risposta plausibile è constatare come la famiglia del Barone di Rosciano non aveva certamente necessità di una cappella al Carmine in quanto possedeva la tomba di famiglia, ereditata dai Brancadoro, proprio nell’altare maggiore della chiesa di San Domenico ed una cappella, la prima a destra, nella Collegiata di Sant’Antonio Abate intitolata alla Santissima Trinità ed a Sant’Anna.
Infine segnalo l’individuazione, nei documenti consultati per questa ricerca archivistica, di due diversi sigilli a secco con merletto cartaceo intorno, utilizzati dai Padri carmelitani di Pianella.
Il primo (Fig. 24) è presente su di un atto datato Pianella 4 gennaio 1755 e firmato da Frate Alberto Zerbini Priore del Carmine; mostra uno scudo coronato, campito da un monaco che prega la Madonna del Carmine e scritta intorno[30].
Il secondo (Fig. 25) è presente su di un documento datato Pianella 20 febbraio 1800 e firmato da Fra Giuseppe Serafini Priore del convento e reca l’emblema dei Carmelitani con il Monte Carmelo e tre stelle a 6 punte e scritta intorno[31].
Figure:
Fig. 1. Chiesa del Carmine di Pianella. Lato sinistro della navata, vista dall’altare maggiore con tre cappelle gentilizie: in primo piano sulla destra la cappella della Madonna delle Grazie e quella successiva al centro della Madonna della Vittoria, entrambe di patronato della famiglia Cipriani. L’ultima sulla sinistra: la cappella del Crocifisso di patronato della famiglia Pardi. Si noti fra la prima e la seconda cappella, la porta di un “camerino”, sottostante il “corino” o balconcino concesso nel 1751 dai padri carmelitani alla famiglia di Zopito de Felici, Barone di Rosciano. (Fotografia D. Troiano).
Fig. 2. Chiesa del Carmine di Pianella. Lato destro della navata, vista dall’altare maggiore con le tre cappelle gentilizie: quella in primo piano sulla sinistra di Sant’Antonio da Padova della famiglia Pignatari oppure di San Pasquale Bailonne della famiglia Martirani. Quella centrale di Santa Teresa d’Avila di cui non si è riusciti a rintracciare il patronato e l’ultima intitolata a San Pasquale Bailonne della famiglia Martirani oppure di Sant’Antonio da Padova della famiglia Pignatari. (Fotografia D. Troiano).
Fig. 3. Pianta della chiesa con in evidenza, attraverso i numeri, gli altari presenti all’interno dell’edificio religioso ed oggetto di questo contributo.
Fig. 4. Chiesa del Carmine di Pianella. Altare maggiore sotto il titolo della Madonna delle Grazie, priva di pala d’altare ma con al centro la nicchia per la statua della Madonna. (Fotografia D. Troiano).
Fig. 5. Chiesa del Carmine di Pianella. Particolare di uno dei due stemmi collocati ai lati dell’altare maggiore, con il segno in stucco dell’Università di Pianella. (Fotografia D. Troiano).
Fig. 6. Chiesa del Carmine di Pianella. Cappella della Madonna del Carmine posta in cornu evangeli, già altare di Santa Maria della Vittoria. Fondata nel 1623 della famiglia de Caro e successivamente passata agli eredi Sansonio de Caro che cambiarono l’intitolazione dell’altare, fu venduta da questi ultimi nel 1761 a Domenico Cipriani. Fotografia scattata nel 2002, dell’Ufficio Beni Culturali Ecclesiastici della Curia di Pescara-Penne, inv. 57352 9TC0214A.
Fig. 7. Chiesa del Carmine di Pianella. Pala d’altare fatta realizzare dopo la riedificazione della chiesa da Giovanni Battista Sansonio, erede dei de Caro. La tela ha subito molti rimaneggiamenti novecenteschi e presenta la Madonna del Carmine fra due santi carmelitani. Restaurata nel 2006, reca, come recita la targhetta apposta dopo il restauro, la firma del pittore napoletano Giovan Battista Lama. Fotografia scattata nel 2002, dell’Ufficio Beni Culturali Ecclesiastici della Curia di Pescara-Penne, numero inv. 65487 9TC0215A.
Fig. 8. Chiesa del Carmine di Pianella. Cappella intitolata alla Madonna della Vittoria, di patronato della famiglia Cipriani; fondata per volere testamentario da Domenico Cipriani dell’anno 1770. Fotografia scattata nel 2002, dell’Ufficio Beni Culturali Ecclesiastici della Curia di Pescara-Penne, numero inv. 57342 9TC0209A.
Fig. 9. Chiesa del Carmine di Pianella. Quadro seicentesco, l’unico fra tutte le tele presenti in chiesa di cronologia più antica e probabilmente riconducibile alla primitiva cappella della famiglia de Caro, fondata appunta nel 1623. Fotografia scattata nel 2002, dell’Ufficio Beni Culturali Ecclesiastici della Curia di Pescara-Penne, numero inv. 9TC0210A.
Fig. 10. Chiesa del Carmine di Pianella. Cappella del Crocifisso della famiglia Pardi, realizzata negli anni ’30 del ‘700; fu dotata di beni attraverso l’istituzione di un beneficio ecclesiastico nel 1746 da parte del Reverendo Don Cesare Pardi. Fotografia scattata nel 2002, dell’Ufficio Beni Culturali Ecclesiastici della Curia di Pescara-Penne, numero inv. 57334 9TC0200A.
Fig. 11. Chiesa del Carmine di Pianella. Quadro con il Crocifisso nell’omonima cappella di patronato della famiglia Pardi. Fotografia scattata nel 2002, dell’Ufficio Beni Culturali Ecclesiastici della Curia di Pescara-Penne, numero inv. 65485 9TC0201A.
Fig. 12. Prima ricostruzione genealogia della Famiglia Pardi; presenti a Pianella fin dagli anni ’40 del Seicento con il capostipite Giulio Cesare, proveniente da una non meglio indicata Villa Acquaviva. Si deve al canonico Don Pietr’Antonio Pardi aver incrementato notevolmente il patrimonio di famiglia, attività continuata dal cugino Reverendo don Cesare Pardi. Nel 1737 Don Cesare e suo fratello Felice Pardi acquistarono dai Todesco un principio di casa palaziata in costruzione, posta a valle del palazzo Todesco, nell’attuale via del Torrione all’incontro con la discesa di via Isonzo. Lo stabile diventò, dopo vari accrescimenti edilizi il palazzo di famiglia fino al ‘900, quando a causa di una frana si rese inagibile e fatiscente e fu abbattuto.
Fig. 13. Chiesa del Carmine di Pianella, particolare di uno dei due stemmi borghesi della famiglia Pardi realizzati in stucco e posti ai lati dell’altare. Nello scudo è presente il cosiddetto stemma parlante ovvero un leopardo sopra una banda orizzontale con sotto i classici tre monti all’italiana e sopra tre stelle di cui quella centrale a otto e le laterali a sette punte. (Fotografia D. Troiano).
Fig. 14. Chiesa del Carmine di Pianella, altare di S. Antonio da Padova di patronato della famiglia Pignatari di Pianella, oppure altare di San Pasquale Bailonne di patronato della famiglia Martirani. Fotografia scattata nel 2002, dell’Ufficio Beni Culturali Ecclesiastici della Curia di Pescara-Penne, numero inv. 57325 9TC0230A.
Fig. 15. Chiesa del Carmine di Pianella, Quadro con San Pasquale Bailonne. Il santo, in abito francescano è dipinto sulla sinistra mentre sulla destra compare un altro santo carmelitano non individuato. Altare della famiglia Pignatari come fanno pensare i due stemmi in stucco con due pignate in rilievo, oppure stemma della famiglia Martirani a cui va ricondotta la cappella intitolata a San Pasquale Bailonne. Fotografia scattata nel 2002, dell’Ufficio Beni Culturali Ecclesiastici della Curia di Pescara-Penne, numero inv. 65493 9TC0231A.
Fig. 16. Chiesa del Carmine di Pianella. Particolare di uno dei due stemmi borghesi presenti in maniera speculare ai lati dell’altare. Realizzati in stucco e riconducibili alla famiglia Pignatari per la raffigurazione delle due pignate in terracotta con dentro due rami fioriti che si intrecciano, sormontati da tre stelle di cui quella centrale a otto punte e le laterali a sette. Volendo assegnare invece, in seconda ipotesi, il quadro d’altare a San Pasquale Bailonne questo stemma potrebbe essere ricondotto alla famiglia Martirani. (Fotografia D. Troiano).
Fig. 17. Chiesa del Carmine di Pianella, altare di Santa Teresa d’Avila. Fotografia scattata nel 2002, dell’Ufficio Beni Culturali Ecclesiastici della Curia di Pescara-Penne, numero inv. 57314 9TC0236A.
Fig. 18. Chiesa del Carmine di Pianella, tela con Santa Teresa d’Avila e Santa Maria Maddalena de’ Pazzi. Fotografia scattata nel 2002, dell’Ufficio Beni Culturali Ecclesiastici della Curia di Pescara-Penne, numero inv. 65494 9TC0237A.
Fig. 19. Chiesa del Carmine di Pianella, altare di Santa Teresa d’Avila. Particolare con stemma in stucco posto in alto esternamente, sull’arco della cappella. Riconducibile con ogni evidenza alla famiglia che aveva il patronato dell’altare, famiglia purtroppo non ancora identificata. (Fotografia D. Troiano).
Fig. 20. Chiesa del Carmine di Pianella, altare San Pasquale Bailonne di patronato della famiglia Martirani oppure della famiglia Pignatari. Oggi la cappella è priva di pala d’altare, sostituita con una brutta opera moderna che mal si adatta con l’unitarietà stilistica dell’intera chiesa. Probabilmente la tela che ornava questa cappella è quella oggi presente nella nicchia del coro con il santo padovano. Fotografia scattata nel 2002, dell’Ufficio Beni Culturali Ecclesiastici della Curia di Pescara-Penne, numero inv. 57305 - 57312 - 57313 - 9TC0242A.
Fig. 21. Prima ricostruzione genealogica dei Martirani. Famiglia presente a Pianella fin dagli ultimi anni del ‘600, quando un tal Bartolomeo, detto Bartolo di Cotrone (oggi Crotone) in Calabria, residente a Pianella, di professione dottor fisico, sposa nell’anno 1700 la Signora Costanza Sabucchi di Pianella figlia di Andrea, e sorella del Dottor fisico Stanislao e Giuseppe Sabucchi. La famiglia si estinse nella seconda metà dell’ ‘800 con Costanza Martirani moglie di Gaetano Palazzone di Manoppello. Recentemente è stato identificato da chi scrive il palazzo Martirani nell’edificio addossato alla chiesa di San Leonardo, oggi chiamato Palazzo della Cultura.
Fig. 22. Chiesa del Carmine di Pianella, Nicchia sul lato sinistro del coro con Sant’Antonio da Padova. La tela, ritagliata e riadattata, con ogni evidenza era in origine collocata nell’altare dedicato al santo di Padova di patronato della famiglia Pignatari. Fotografia scattata nel 2002, dell’Ufficio Beni Culturali Ecclesiastici della Curia di Pescara-Penne, numero inv. 65488 9TC0227A.
Fig. 23. Pala dell’altare della Madonna del Carmine nell’omonimo Oratorio. La tela, restaurata nel 2006 reca nella targhetta espositiva apposta per l’occasione il riferimento alla presenza, probabilmente sul verso della firma del pittore napoletano Giovan Battista Lama (1673-1748). Fotografia scattata nel 2002, dell’Ufficio Beni Culturali Ecclesiastici della Curia di Pescara-Penne, numero inv. 65495 9TC0256A.
Fig. 24. Sigillo del convento del Carmine di Pianella che mostra uno scudo coronato, campito da un monaco che prega la Madonna del Carmine e scritta intorno. Apposto su di un documento del 1755. Archivio di Stato di Pescara, notarile, notar Daniele Buccieri di Pianella, anno 1755, Pianella 9 maggio 1755. (Foto D. Troiano).
Fig. 25. Sigillo del convento del Carmine di Pianella che reca l’emblema dei Carmelitani con il Monte Carmelo e tre stelle a 6 punte e scritta intorno. Apposto su di un documento del 1800. Archivio di Stato di Teramo, Presidenza di Abruzzo Ultra Primo, busta 1, fascicolo 2 (anni 1799-1800). (Foto D. Troiano).
Il presente testo è stato pubblicato il 16 gennaio 2025 sul profilo di Diego Troiano in Academiaedu e su Parolmente. Blog di Pianella e dintorni.
[1] Alterisio Lizza, Memorie istoriche della città di Pianella. Trascrizione a cura di Vittorio Morelli in Antonio Cipriani, Pianella una storia dal passato, Pianella 2008, pp. 17-34.
[2] Gli stucchi sono stati attribuiti alla bottega del Piazzoli dallo studioso Franco Battistella.
[3] In merito alle cappelle gentilizie del vecchio edificio religioso, si conoscono poche notizie, rinvenute sporadicamente: ad esempio all’interno della chiesa vi era la Cappella di Santa Maria della Vittoria di patronato della famiglia De Caro, edificata da Federico de Caro nel 1623 e dotata di beni nel 1661; cappella su cui torneremo più diffusamente all’interno di questo lavoro, vedi infra. Si conosce, inoltre che nel 1704 all’interno della chiesa vi era la Cappella intitolata alla Madonna di Loreto di patronato da molti anni della famiglia Egizi, con un quadro d’altare nel quale era dipinto lo stemma di questa famiglia (Archivio di Stato di Pescara, notarile, notar Silvestro Antonio Nevio di Pianella, anno 1704, Pianella 15 dicembre 1704). Si conosce ancora una Cappella di Santa Maria delle Grazie, probabilmente l’altare maggiore dell’edificio religioso, che nel 1694 ha un procuratore nella persona di Domenico Antonio de Felici di Cepagatti residente a Pianella (Archivio di Stato di Pescara, notarile, notar Amico Antonio Casale di Loreto, anno 1694, Pianella 9 gennaio 1694). Infine segnalo che nelle consuete Visite Pastorali del vescovo di Penne nella sua diocesi, questi quando si reca a Pianella, visita nel ‘600 e nella prima metà del secolo successivo, quasi tutti gli edifici religiosi del paese, annotando gli altari, mentre non entra mai nella chiesa del Carmine.
[4] Le relazioni alle quattro visite si conservano presso l’Archivio dell’Arcidiocesi di Pescara - Penne, fondo Visite Pastorali, senza collocazione ma all’anno.
[5] Ringrazio l’Ufficio Beni Culturali Ecclesiastici della Curia di Pescara-Penne per la concessione di queste immagini e la Dott.ssa Paola di Tommaso per la gentile disponibilità nei confronti di questo lavoro.
[6] Vedi infra atto di notar Amico Antonio Casale di Loreto Aprutino del 9 gennaio 1694.
[7] Diego Troiano, Pianella in Archivio. La storia moderna di Pianella attraverso la documentazione archivistica. 4 - La Cappella della famiglia de Caro nella chiesa del Carmine acquistata nel 1761 da Domenico Cipriani. Con alcune note anche sulle altre proprietà dei de Caro passate ai Cipriani. In Academia.edu, pubblicato il 3 febbraio 2023.
[8] Archivio di Stato di Pescara, notarile, notar Orazio Antonio Fiore di Pianella, anno 1661, Pianella 14 maggio 1661.
[9] Archivio di Stato di Pescara, notarile, notar Daniele Buccieri di Pianella, anno 1761, Pianella 22 aprile 1761.
[10] Archivio di Stato di Pescara, notarile, notar Amico Antonio Casale di Loreto Aprutino, anno 1683, Pianella 21 marzo 1683.
[11] Domenico Cipriani lascia al figlio primogenito, suo erede, l’incombenza testamentaria che entro un anno dalla sua morte debba “pagare al convento del Carmine di Pianella e suoi Padri per una sola volta la somma di ducati 175, quali s’abbiano da impiegare in compra d’annua rendita, al sei per cento, e con questa rendita siano tenuti ed obbligati di celebrare una messa la settimana, nel giorno di sabato in ogn’anno ed in perpetuo, nell’altare della Beatissima Vergine del Carmine, a ragione d’un tarì la messa, e far registrare nella tabella delle messe perpetue quest’obbligo”. Archivio di Stato di Pescara, notarile, notar Daniele Buccieri di Pianella, anno 1761, Pianella 19 gennaio 1761.
[12] Domenico Cipriani vuole essere sepolto “in terra vergine, in cornu evangelij nella cappella della Vergine Santissima del Carmine eretta dentro la chiesa di questi P. P. carmelitani”, a cui lascia la somma di 70 ducati. Ordina inoltre che suo nipote Giuseppe debba fondare una cappella sotto il titolo della Madonna della Vittoria il cui altare è già eretto nella chiesa del Carmine. Archivio di Stato di Pescara, notarile, notar Francesco Paolo Vitacolonna di Loreto Aprutino, anno 1770, Pianella 27 marzo 1770,
[13] vedi infra il testamento di Domenico Cipriani del 1770 di notar Francesco Paolo Vitacolonna di Loreto Aprutino.
[14] Nell’anno 1648 Giulio Cesare Pardo di Acquaviva abitante a Pianella acquista per 30 ducati, dai fratelli Marino e Francesco Cecchetto di Loreto un terreno con alberi di ulivo nelle pertinenze di Pianella in contrada detta Fonte di Cecco vedi Archivio di Stato di Pescara, notarile, notar Dario Canale di Pianella, Anno 1648, Pianella 5 ottobre 1648. Nell’anno 1656 Giulio Cesare Pardi acquista, per 37 ducati e 10 grana, una casa nel quartiere di San Salvatore di proprietà della Cappella del Santissimo Sacramento di Pianella, confinante con i beni dello stesso Pardi e Giovanni Domenico Fanciulli. Archivio di Stato di Pescara, notarile, notar Antonio de Dominicis di Civitaquana, anno 1656, Pianella 14 maggio 1656. Infine in un atto notarile del 1667 redatto nella casa di Paolo Pardi e fratelli nel rione di San Salvatore, compare Zenobia di Annibale d’Intino di Villa Acquaviva, vedova del fu Giulio Cesare Pardi, la quale dona a suo nipote il Chierico Pietr’Antonio Pardi figlio di Paolo un terreno con 38 alberi di ulivi e vigna, sito nelle pertinenze di Pianella nella contrada “del Ciardino” (Giardino), confinante con i beni del convento di San Domenico, la via, i beni di Carlo di Ridolfo e la Serenissima Camera Ducale. Stabilisce inoltre che di detta vigna si deve dare la quarta parte a Girolamo, altro figlio di Zenobia che vive separato. Si stabilisce ancora che dopo la morte della madre si diano al figlio Girolamo anche altri beni mobili come: botti per vino “caldara” in rame, una conca sempre di rame, padelle di fero, una “cucchiara” di rame da maccheroni, un materasso di lana, un paio di lenzuola, “una coverta di lana pittata negra e bianca”, un’arca per il pane ed altro. Archivio di Stato di Pescara, notarile, notar Orazio Antonio Fiore di Pianella, anno 1667, Pianella 19 aprile 1667.
[15] Per il testamento del Canonico Pietr’Antonio Pardi con il quale lascia eredi i cugini vedi Archivio di Stato di Pescara, notarile, notar Gaetano Orsolini di Pianella, anno 1732, Pianella 3 ottobre 1732. Vedi anche l’atto immediatamente successivo, redatto il giorno dopo, il 4 ottobre, che descrive una lite nata fra il Canonico Don Pietr’Antonio, infermo da vari anni nel letto che accusava i cugini di non assisterlo. Seguirà un’avventata revoca del testamento e poi, la riconferma dei beni a Don Cesare e Felice Pardi. Il documento è interessante per comprendere anche alcuni aspetti del carattere di Pietr’Antonio e dei suoi cugini, carattere che raramente la freddezza della documentazione archivistica riesce a restituirci. Sembra che Pietr’Antonio abbia redatto alche alcuni precedenti testamenti e codicilli ad esso. In due documenti si fa riferimento ad un suo testamento del 15 giugno 1726, a cui lo stesso Canonico lega ben due codicilli: Archivio di Stato di Pescara, notarile, notar Francesco Melfi di Pianella, il primo codicillo è dell’11 dicembre del 1728 ed il secondo dell’8 aprile 1729. Per il testamento del cugino Sacerdote Don Cesare Pardi vedi Archivio di Stato di Pescara, notarile, notar Daniele Buccieri di Pianella, anno 1753, Pianella 10 novembre 1753. Nel testamento, redatto il 29 settembre dello stesso anno, il sacerdote dichiara suo erede il nipote Pietro Paolo e su di lui istituisce il diritto di fedecommesso ovvero l’obbligo di conservare per intero l’eredità e di trasmetterla in futuro al primogenito maschio.
[16] Archivio di Stato di Pescara, notarile, notar Daniele Buccieri di Pianella, anno 1737, Pianella 22 luglio 1737.
[17] Due stemmi identici relativi alla famiglia Pardi, realizzati a rilievo in stucco, sono presenti ai lati della Cappella di San Giuseppe all’interno della chiesa di S. Antonio Abate.
[18] Archivio di Stato di Pescara, notarile, notar Daniele Buccieri di Pianella, anno 1746, Pianella 9 luglio 1746.
[19] Archivio di Stato di Pescara, notarile, notar Daniele Buccieri di Pianella, anno 1745, Pianella 22 ottobre 1745.
[20] Archivio di Stato di Pescara, notarile, notar Dario Canale di Pianella, anno 1628, Pianella 11 febbraio 1628.
[21] Sempre nella targhetta il soggetto del quadro risulta essere Gesù Bambino con San Francesco e S. Angelo da Licata.
[22] Nei due documenti, il notaio, il giudice a contratti ed i testimoni si recano nella casa del Dottor Tommaso Martirani sita iuxta la chiesa parrocchiale di San Leonardo. Archivio di Stato di Pescara, notarile, notar Daniele Buccieri di Pianella, anno 1736, il primo atto è datato Pianella 18 settembre ed il secondo 24 settembre 1736.
[23] Eliseo Marrone in Il granaio d’Abruzzo. Dal comune all’età farnesiana. Pianella, lo statuto del 1549 e il Catasto del 1746 documenti editi ed inediti, Pescara 2012, p. 426.
[24] Archivio di Stato di Pescara, notarile, notar Daniele Buccieri di Pianella, anno 1734, Pianella 30 settembre 1734.
[25] Il Monte è un istituto di credito o di finanziamento di denaro a vantaggio dei confratelli della congrega.
[26] Si noti come la confraternita possieda nella stanza che gestisce, la statua e non del quadro della Madonna. Il quadro attualmente presente nell’oratorio ed oggetto, fra gli altri di questo contributo, è quindi di certo successivo la riedificazione e l’ampliamento dell’oratorio stesso.
[27] Nella descrizione vi è un errore. Trattandosi della zona compresa fra la cappella del Carmine acquistata da Domenico Cipriani dai de Caro, (per intendersi la terza cappella sulla sinistra, posta in cornu evangeli) e la precedente cappella della Madonna della Vittoria, sempre dei Cipriani, ma con il quadro d’altare proveniente dalla cappella precedente acquistata dei de Caro.
[28] Si noti come l’altare della Madonna del Carmine presenta ancora oggi la scritta in alto “ALTARE PRIVILEGIATO”.
[29] Archivio di Stato di Pescara, notarile, notar Luca de Deo di Pianella, anno 1751, Pianella 5 novembre 1751.
[30] Archivio di Stato di Pescara, notarile, notar Daniele Buccieri di Pianella, anno 1755, Pianella 9 maggio 1755.
[31] Archivio di Stato di Teramo, Presidenza di Abruzzo Ultra Primo, busta 1, fascicolo 2 (anni 1799-1800).
GLI ALTARI della Chiesa del Carmine (scarica il PDF)